Benvenuti. Il 25 febbraio ho avuto il piacere di sedermi — metaforicamente e non — a chiacchierare con Monique Vane. È stata una conversazione intensa e luminosa, in cui abbiamo attraversato il suo romanzo, l’universo della serie Billionaire Romance Boy, il suo modo di costruire le storie e le ferite che i personaggi si portano addosso. Un incontro che ha lasciato tracce, domande e qualche certezza in più. Buona lettura.
Chi è Monique Vane
D: Chi è Monique?
Ciao a tutti, sono Monique Vane e sono nel mondo dei libri da ormai sei anni. Il mio primo romanzo è stato scritto a quattro mani con un’altra autrice, ma poi abbiamo deciso di prendere strade diverse. L’ultima serie che ho scritto e che sto promuovendo è “Billionaire Romance Boy“, che si apre con “Blake“, il romanzo che hai letto e che hai recensito.
Come nasce la sua passione per la scrittura
D. Come è nata la tua passione per i libri e cosa ti ha spinto a diventare un’autrice?
Ho sempre letto fin da quando ero piccola: amavo viaggiare con la fantasia ed ero spesso persa nel mio mondo. Quando qualcuno mi leggeva una storia, io immaginavo scenari diversi da quelli che ascoltavo. Ero disattenta all’ascolto, ma attentissima a ciò che la storia mi suscitava. Per quanto riguarda il mio percorso come lettrice, quando un libro mi veniva imposto non faceva mai per me: doveva essere il libro a chiamarmi, mai un’imposizione. Solo così riuscivo a finirlo. Poi, durante il periodo del Covid, quando eravamo tutti chiusi in casa, ho iniziato a inventare. È lì che è nata la mia prima serie, “Purple Cheeks“, composta da due volumi —”Purple Cheeks” e “Dirty Smile” — ambientata a New Orleans e costruita attorno a diversi tropes.
Blake: origine e significato del romanzo
D. Come descriveresti il tuo libro “Blake”?
Blake è apparentemente freddo, ma in realtà ha un cuore grandissimo. È un uomo maturo, con un lavoro importante che lo porta a prendere aziende, distruggerle e reinventarle, e in quel contesto non guarda in faccia nessuno se non il suo profitto. Però, se nel lavoro può sembrare senza cuore, negli affetti familiari e con le persone a cui tiene è completamente diverso.
D. Cosa ti ha spinto a scrivere “Blake” e a trattare questi due traumi?
Io prendo molto spunto da ciò che accade intorno a me, quindi c’è sempre una parte di me che viene fuori nei libri. Per quanto riguarda il trauma di Blake, è qualcosa che è stato vissuto da una persona a me molto vicina. Entrambi i traumi hanno una pesantezza molto forte, quindi ho cercato di non renderli superficiali, ma di trattarli con delicatezza: il trauma c’è, il problema esiste, ma nella vita va affrontato anche con l’aiuto di uno specialista. Infatti l’ex compagna di Blake si rivolge a uno specialista per tornare a essere sé stessa, mentre Amelia lo affronta inizialmente dicendogliene di ogni, ma poi capisce che Blake è la persona che riesce a sbloccarla da un altro punto di vista.
D.Cosa ti ha spinto a creare Blake come un personaggio freddo ma allo stesso tempo con tanto dentro?
Allora, premetto che sono quella che va sempre controcorrente. Io leggo i romanzi e mi piacciono: gli office romance, i dark, leggo quasi tutti i trope del genere e li apprezzo. Quello che noto, però, è che spesso c’è una durezza di base che poi viene “umanizzata” nel corso della storia. Quello in cui voglio distinguermi è proprio questo: una persona ha molte sfaccettature. Ci si può mostrare in un modo nell’ambiente di lavoro e in un altro nelle relazioni. Quindi sì, anche sul lavoro si può avere un lato umano, ma lì si parla di affari, di soldi, di un’azienda da mandare avanti. Nelle relazioni, invece, entra in gioco il cuore, ci si espone davvero. Forse, alla fine, nelle relazioni c’è molto di più da perdere rispetto alla vita lavorativa.
Il processo creativo: personaggi, trama e ispirazione
D. Nei personaggi che si incontrano durante la lettura c’è qualcosa di te?
Sì, qualcosa sicuramente un po’ ti porta a identificarti, o ti fa pensare a cosa faresti tu al posto loro. In questo momento, però, sto cercando di creare personaggi completamente opposti tra loro, soprattutto nella Billionaire Romance Boy, dove ogni protagonista ha sfaccettature molto diverse. Un esempio sono Anya e Garcia: due titani che si sfidano a colpi di battibecchi.
D. Hai avuto difficoltà nello scrivere uno dei due punti di vista?
Questo problema ce l’avevo prima di iniziare questa serie. Ora ho cambiato il mio metodo di stesura: prima di scrivere creo una scheda con tutte le loro sfaccettature e da lì i personaggi prendono forma da soli.
D. La scelta di introdurre in anticipo alcuni personaggi dei volumi successivi è stato fatto per dare al lettore un’idea di chi siano?
Nella Billionaire Romance Boy sono una famiglia con otto fratelli. Scrivere otto volumi, per me, avrebbe significato perdere smalto; però, inserendo i tre fratelli più Garcia (migliore amico di Blake), ho voluto lasciare in ogni romanzo un indizio per creare aspettativa e stuzzicare un po’ il lettore.
D. Come mai hai scelto di intitolarli e di parlare solo del lato maschile della famiglia?
Non c’è solo il lato maschile, perché in Garcia c’è anche Anya. È più una scelta di marketing: un titolo più breve è anche più d’impatto.
D. Ogni volume della serie tratterà dinamiche diverse o c’è un filo guida che li unisce tutti?
Il filo che unisce tutti i volumi è il billionaire romance (sono tutti milionari) e l’age gap, un trope che accomuna l’intera serie.
D. È stato difficile gestire le tematiche presenti nel romanzo e capire fino a che punto poterti spingere?
Scrivere di queste tematiche è un po’ come scrivere col sangue: devi sentirtele dentro. È stato difficile, certo, ma allo stesso tempo è stato naturale farle uscire. Quando empatizzi con ciò che può succedere, finisci per metterti nei panni dei personaggi. Quello che volevo far emergere è che, quando vivi una situazione economica diversa da quella dell’ex fidanzata di Blake, non puoi permetterti di “sclerare”. Lei ha vissuto la sua esperienza in un modo che forse era giusto per lei, aveva bisogno di elaborarla, ma l’ha sentita talmente tanto da non riuscire a concentrarsi su altro. Amelia, invece, si è trovata costretta ad andare avanti a prescindere.
D. Quali sono state le difficoltà che hai avuto nello scrivere Blake?
Allora, qui si apre un capitolo a parte, perché Blake doveva far parte di un’altra collana. Non faccio nomi, non dico nulla, però mi sono dissociata da quel progetto perché la mia difficoltà nasceva proprio dal non sentirmi compresa. La mia storia non veniva capita da chi lavorava alla collana e a quel punto ho deciso di uscirne e pubblicare il libro come desideravo. La vera difficoltà, quindi, è stata non essere presa davvero sul serio. Durante la stesura, invece, non ho incontrato particolari ostacoli: sapevo che c’erano correzioni da fare, certo, ma era parte del processo. Il romanzo non è perfetto nemmeno adesso, ma so di aver fatto un buon lavoro.
Il coraggio di pubblicare: un percorso personale
D. Ti è mai capitato di temere le reazioni dei lettori dopo l’uscita di un tuo libro?
All’inizio sì, tantissimo. Alla prima pubblicazione non sapevo a cosa sarei andata incontro, quindi aspettavo il giudizio delle recensioni, il giudizio dei lettori. All’inizio davo molta importanza al piacere al maggior numero di persone possibile, ma poi ho capito che non si può piacere a tutti, che il gusto è soggettivo.
D. Al momento hai scritto solo romance?
Del genere sì, poi andiamo sul dark, lo young adult e una dilogia ispirata a due storie vere.
D. Quali sono i progetti per il futuro?
Sto editando Gerard, che arriverà quest’anno, in primavera, con le farfalline. E spero, entro fine anno, di darvi anche Jude. Me lo state chiedendo in tanti: volete la storia di Silvia e una mezza idea ce l’ho. In Garcia c’è uno sketch di Silvia con un’altra persona, quindi in generale avete già diversi incipit su cui riflettere. Comunque sì, ci sono tanti altri progetti. La mia testa è un continuo creare, quindi prima o poi ci arriverò.
Come affrontare le recensioni
D. Come hai affrontato le recensioni negative?
All’inizio male, adesso ci rido su. Il problema è che molte recensioni negative non sono critiche che ti aiutano a capire dove hai sbagliato o cosa puoi migliorare: sono recensioni fatte apposta per affondarti. Per colpirti, e basta.
D. Cosa ti ha portato a cambiare prospettiva sulle recensioni negative?
La critica negativa deve essere costruttiva. Non puoi mettermi una stella o scrivere una recensione negativa senza una motivazione reale.
Consigli per aspiranti scrittori
D. Quale consiglio daresti a chi sta per pubblicare i suoi primi scritti e ha paura?
È normale avere paura e quella paura non si può eliminare. Fa parte del processo: hai scritto un libro che fino a poco fa era solo tuo e poi lo metti nelle mani di persone sconosciute che leggeranno ciò che hai creato. È inevitabile provare timore. Allo stesso tempo, però, quella paura deve diventare una forza: hai portato a termine qualcosa di importante, devi essere fiera di ciò che hai fatto, di come l’hai fatto e di dove sei arrivata. I risultati, poi, se devono arrivare, arrivano.
D. Come gestisci i tuoi tempi per la scrittura e la lettura?
Leggo quando mio figlio dorme il pomeriggio, mentre scrivo quando è all’asilo. Sono fortunata a non avere un lavoro full time: ho un part time, quindi quando non lavoro sono a casa e posso permettermi di scrivere. Però la scrittura è anche un esercizio. Io posso scrivere 8.000 o 15.000 caratteri e poi cancellarli tutti e riscriverli da capo. Non è solo una questione di “scrivo quando arriva l’ispirazione”: scrivere significa esercitarsi ogni giorno.
D. Secondo te, tra gli step che precedono la pubblicazione di un libro, ce n’è uno che consideri davvero irrinunciabile?
L’editing, sicuramente. Sono tutti passaggi importanti, certo, ma l’editing è la parte più fondamentale del romanzo: è lì che vai a cancellare i buchi di trama, a sistemare dinamiche e situazioni, a correggere dettagli di un personaggio per renderlo più forte e più accattivante. È l’editing che ti aiuta davvero a rendere potente la storia.
Domande “scomode”
D. Come è stato preso Blake dai lettori e da chi ti ha seguito in tutti questi anni?
In “Blake” c’è un cambiamento totale: si vede chiaramente la differenza nella crescita della mia scrittura. Nei romanzi precedenti e in questo c’è proprio un divario e in Garcia sarà ancora più evidente. Noterai molti più approfondimenti, più botta e risposta, più attenzione ai dialoghi mirati. La scrittura è un continuo crescere, non un restare ferma.
D. Se un nuovo lettore volesse conoscerti attraverso un solo libro, quale titolo gli consiglieresti per iniziare?
Quello che mi ha fatto innamorare della storia e delle dinamiche che si sono create è “Shiva, occhi belli“, ispirato alla storia vera di una mia amica che soffre di una malattia molto rara agli occhi. In questo libro c’è una dinamica di cura: il vedere l’altro, l’immedesimarsi, il cogliere le sfumature della vita di una persona che sembra avere tutto e, allo stesso tempo, riconoscere ciò che manca a chi ti sta accanto.
Conclusione delll’intervista
Siamo arrivati alla fine di questa intervista. Ringrazio di cuore Monique per la sua disponibilità e per avermi regalato uno sguardo così autentico sul suo mondo creativo.
Potete trovarla su Instagram e sugli altri social come @moniquevaneauthor.
Se avete domande, curiosità o spunti da proporre, lasciateli pure nei commenti o scrivetemi su Instagram: li raccoglierò volentieri per le prossime interviste.
La live completa è disponibile su YouTube, per chi desidera riascoltarla con calma.
Grazie per aver letto fino alla fine. Alla prossima storia, tra le pagine del blog.
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