Recensione di MoonScythe: la freccia di Simona Lazzaro – l’origine di un viaggio tra ombre, magia e ferite

Autore: Simona Lazzaro

Genere: dark fantasy

Anno di pubblicazione: 2024

Editore: Independently published


Tzekant è un mondo spietato, dove i mari pullulano di sirene sanguinarie e gli dèi sopravvivono solo come un’eco dimenticata. È una terra dura, selvaggia, che non concede tregua.

C’è sempre qualcosa di lascivo nell’esercitare il proprio potere – piegare un altro essere vivente alla propria volontà è eccitante. Che lo si faccia con i pugni o con le lame, con le parole, col sesso o col denaro conta poco. Ognuno usa quel che possiede.

In questo scenario si muovono tre figure lontane tra loro: una maestra nell’arte dei veleni, una ragazza dalla mente spezzata e un soldato schiacciato dal peso del proprio nome. Ognuno porta con sé una ferita, un segreto, una direzione che sembra non incrociare quella degli altri.

Perché è così semplice, quando c’è qualcuno pronto a indicarti il nemico, addossargli tutte le colpe.

Eppure, tra squame, mostri e fiori velenosi, i loro destini iniziano a convergere. Tutto ruota attorno alla Macchina, un artefatto di cui parlano solo le antiche scritture delle sacerdotesse: un mistero sepolto nel tempo, capace di cambiare il volto di Tzekant o di distruggerlo del tutto.

«Cerca di non dimenticarti di me, allora. Raggiungi l’Isola. Non importa quante vite ci vorranno, alla fine le cose andranno per il verso giusto. Ci riusciremo. Insieme, sistemeremo tutto.»


MoonScythe: la freccia apre la dilogia ambientata a Tzekant, un mondo dove l’oscurità domina e ogni scelta pesa più del previsto.

È un romanzo corale: le voci si alternano, i punti di vista cambiano e la narrazione oscilla tra la terza persona e un’unica prima persona — quella di Donovan, il soldato. Questo cambio di prospettiva può creare un leggero disorientamento, soprattutto nella prima parte, dove il lettore deve anche abituarsi a passaggi rapidi tra scene e personaggi.

Il linguaggio e lo stile richiamano un’epoca lontana, ma restano accessibili. La lettura procede con trasporto, un trasporto che cresce con l’avanzare delle pagine: superati i primi capitoli e compreso il ritmo narrativo, la scorrevolezza aumenta e il coinvolgimento diventa più forte.

Le tre linee narrative — Donovan, Rory e Aconito — si muovono inizialmente su binari separati, spesso filtrate dallo sguardo di personaggi secondari. Questa distanza non indebolisce la lettura: al contrario, alimenta la curiosità e spinge a cercare il filo che le unirà.

I personaggi sono costruiti con attenzione. Non sono eroi perfetti, ma figure segnate da fragilità, dipendenze, ambizioni mutevoli e verità che pesano. Donovan, ad esempio, nasconde la propria vulnerabilità dietro il Latte, una droga che offusca la realtà più di quanto la attenui.

Il lato oscuro che li attraversa rispecchia quello del mondo in cui vivono: una terra divisa tra potenti sazi e gente comune che lotta per sopravvivere.

Man mano che si procede, i tasselli del puzzle iniziano a combaciare: le storie si intrecciano, i legami emergono e ciò che sembrava distante trova finalmente un posto preciso. I momenti luminosi sono pochi e brevi; prevalgono tensione, ombre e scelte difficili. Anche l’amore, quando compare, è spezzato, tragico, mai consolatorio. Tra i temi più forti emergono dipendenza, disabilità, verità, ambizione e vendetta. Ognuno ha un volto, un percorso, un peso narrativo.

Le sirene, lontane dall’immaginario comune, sono creature più mitologiche che marine: nemiche visibili, forse costruite ad arte dai potenti. Più la storia avanza, più diventano specchi — inquietanti, ma rivelatori — dell’umanità stessa.

In conclusione, MoonScythe: la freccia è un’introduzione potente al mondo di Tzekant: un primo volume che prepara il terreno, svela verità, lascia cadere maschere e si chiude con un finale che apre la strada a un seguito ancora più oscuro.

Grazie per aver letto fino alla fine.
Alla prossima storia, tra le pagine del blog.

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