
Scheda tecnica:
Autore: L. Filippo Santaniello
Genere: horror
Anno di pubblicazione: 2024
Editore: Nero Press Edizioni
Trama
In una Roma flagellata dal maltempo e da decenni di incuria e cattiva amministrazione comunale, il regista Giuseppe Castaldi evoca involontariamente un demone africano che s’impossessa dell’anziana attrice Maria Velia Delle Donne, trasformandola in una creatura sanguinaria.
In questa casa lavorava una domestica africana. Una specie di fattucchiera. Una volta ha resuscitato un gatto. Se troviamo la formula che incise vent’anni fa, potremmo…
Mentre Giuseppe prova a salvare Maria Velia rivolgendosi a una strega dedita al vuduismo che vive in condizioni d’assoluta indigenza in un palazzo popolare a Centocelle, il giovane avvocato Rosario Salvucci perde il cellulare in una buca stradale. Sceso nel sottosuolo per recuperarlo, non riesce a tornare in superficie e, cercando un’uscita dalle fogne, s’imbatte in un inconfessabile segreto capitolino.
La cavità sembrava profonda almeno cinque, sei metri, troppi per calarsi senza rompersi l’osso del collo. Ma la trascuratezza della città a volte gioca a favore del cittadino. Gli addetti alla manutenzione stradale avevano dimenticato una scala a pioli, la cui sagoma iniziava a distinguersi con maggior chiarezza man mano che gli occhi di Rosario si abituavano all’oscurità.
Quando riemerge non è più lo stesso. Ha una missione da compiere. Una missione che lo porta a incrociare la strada di Giuseppe, alle prese con l’attrice indemoniata, e quella di Damiano Riccesi, esuberante musicista rock sempre in cerca di goderecce avventure notturne.
«Maledette buche…» si lamentò la signora impellicciata mostrando gli incisivi sporchi di rossetto «ci metterei la sindaca a tapparle!»
Rosario la guardò con occhi vacui da triglia: «Anche volendo, non credo ne avrà la possibilità.»
Recensione
E se l’orrore fosse nascosto nella città stessa, e la città custodisse segreti che sarebbe meglio non svelare?
Roma de profundis costruisce la sua risposta attraverso tre storie che, all’apparenza scollegate, si sfiorano senza mai toccarsi davvero, unite solo da ciò che il lettore vede e i protagonisti ignorano.
Narrate in terza persona, le tre vicende si muovono inizialmente sui binari della normalità quotidiana, esplorando le crepe di una Roma sull’orlo del degrado. Conosciamo così Giuseppe, un regista che tenta disperatamente di dare vita al proprio sogno cinematografico; Rosario, un impiegato intrappolato in un ufficio perennemente sotto organico; e Damiano, un musicista squattrinato. Persone comuni, pedine di una routine cittadina che scricchiola sotto il peso delle proprie frustrazioni.
Poi arriva la notte di tempesta, e la realtà si deforma. Il temporale diventa l’elemento catalizzatore, il metronomo che decide quando e come scatenare gli incubi sotterranei della capitale. In un crescendo parallelo, Giuseppe si ritrova invischiato in un inquietante rituale vudù legato a un demone africano; Rosario scopre l’orrore letterale che si nasconde sotto l’asfalto di una città ormai simile a una groviera; e Damiano vive un’avventura che trascina con sé più ombre che passione.
Al di là della componente di genere, il romanzo si rivela una satira feroce e un’indagine spietata su ciò che la rabbia repressa e la solitudine possono generare negli esseri umani. C’è un’ironia amara che attraversa le pagine, un sottotesto potente che parla di una metropoli che divora i propri abitanti, trasformando gli estremismi in violenza. Questo gioco distopico si riflette anche a livello strutturale: attraverso un affascinante espediente metanarrativo, il libro sembra quasi fondersi con il film che Giuseppe sta girando, come se la storia stessa fosse la sua sceneggiatura.
La lettura è cadenzata, visiva, squisitamente cinematografica. L’autore accompagna il lettore con un ritmo lento e calcolato, permettendo alle immagini di imprimersi con la forza di fotogrammi che non si riesce a distogliere dagli occhi. Sebbene il continuo cambio di prospettive possa inizialmente disorientare, la frammentarietà alimenta la curiosità, lasciando percepire una collisione imminente ma indefinita.
Il finale, aperto e circolare, suggerisce un ciclo destinato a ripetersi all’infinito, lasciando una profonda sensazione di sospensione: da un lato per l’inaspettata e quasi paradossale gentilezza nelle parole conclusive di Giuseppe, dall’altro per la consapevolezza che Roma non offrirà mai una conclusione definitiva ai suoi fantasmi.
In conclusione, Roma de profundis è un horror che intreccia satira e thriller con straordinaria lucidità, capace di coinvolgere anche chi — come me — non predilige le storie in cui il terrore si annida nella quotidianità.
Un romanzo che mostra come l’orrore non abbia bisogno di castelli incantati: gli bastano le strade che percorriamo ogni giorno, i gesti che consideriamo normali e le crepe di una città pronta a inghiottire chiunque la attraversi.
Grazie per aver letto fino alla fine.
Alla prossima storia, tra le pagine del blog.


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